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Teenlife

40 minuti

Negli ultimi giorni ho letto davvero di tutto sul caso di Adele De Vincenzi, una mia coetanea morta dopo aver ingerito una pastiglia di ecstasy.
Tutti sui social, i giornali e i telegiornali hanno parlato (giustamente) di quanto sia facile per noi adolescenti procurarci droga e come sempre più ragazzi ne stiano facendo uso, io però voglio soffermarmi sui 40 minuti che sono trascorsi da quando Adele ha iniziato a sentirsi male alla sua morte.
Qualche giorno fa sono andato a guardare il profilo Facebook di Adele e mi è sembrata un’adolescente come tante altre, simile alle ragazze che vedo a scuola o sul pullman. La cosa che però mi ha colpito è stata la quantità di foto con il suo fidanzato. Foto sempre insieme in discoteca, in treno, davanti ad un murales. Due ragazzi davvero innamoratissimi.
Proprio per questo motivo sono rimasto davvero colpito quando ho letto che, mentre Adele lottava tra la vita e la morte, il primo pensiero del suo fidanzato è stato quello di cancellare i messaggi tra lui e lo spacciatore che gli aveva venduto le sostanze. Hai la possibilità di salvare la persona che ami e il tuo primo pensiero è nascondere le prove contro di te?
Posso provare ad immaginare che ti sia passato davanti il tuo futuro, i tuoi piani andati in mille pezzi e l’idea di trascorrere i prossimi anni della tua vita in un carcere, ma perché non provare a salvarla fino all’ultimo? C’era ancora speranza, perché non tentare?
Lo so, fare questo ragionamento a mente lucida è facile, ma avevo queste domande nella mente da troppo tempo. Sempre più spesso vedo persone che sui social ostentano una vita perfetta quando la realtà è totalmente un’altra. Amo i social ma ogni tanto mi fermo a pensare se sia veramente reale quello che vediamo noi ragazzi sui profili Facebook e Instagram dei nostri idoli e dei nostri amici.

Matteo

borderlife

Io ho 16 anni, quasi 17, è estate, sono contento di essere in vacanza e me la godo.
Sono stato promosso, tutto ok, ho una gran voglia di fare qualcosa, per questo faccio molte attività, poi SOPRATTUTTO non vedo l’ora di andare da qualche parte all’estero a studiare, a visitare il mondo. Ma cavolo, cavolo, io solo poco fa mi sono reso conto che questi miei sogni, questa mia vita, non è la normalità, è un lusso, è un vizio! Mi rendo conto che scorrono a tutti noi sulla pelle notizie e reportage al telegiornale, le storie spesso raccapriccianti che al massimo ci fanno drizzare i peli e ci paralizzano per qualche minuto. Bene, poi tutto passato, abbiamo capito che è successo qualcosa di bello o di male a qualcuno in giro, ci dispiace e stop. Però accidenti! Ora io la vedo un po’ diversamente perché ho avuto la fortuna di passare qualche giorno a Ventimiglia. È facile cercando un po’ su internet trovare qualche informazione sulla situazione, è TOTALMENTE diverso esserci. Ora come ora per me non è stato drastico o drammatico, eppure sconvolgente. Quella situazione di “emergenza” lo è a livello mediatico, politico, sociale. Quando Adam sorridendo
viene ad aprirti questo cancello della Chiesa di Sant’Antonio a Roverino, frazione di Ventimiglia, tu non vedi un’emergenza, vedi piccoli uomini, famiglie, storie, vite. Inizialmente io mi sono veramente sentito scombussolato.

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È una grande famiglia: dalla chiesa, piccolo “campo” provvisorio allestito per le famiglie ed i minorenni, essendo quello da 300 persone gestito dalla Croce Rossa pieno, si passa il tempo tutti insieme, tutti allo stesso modo. Ci sono persone della MIA età che hanno viaggiato sole, per mesi, con mezzi p a z z e s c h i ( p r o p r i o PAZZESCHI). Io mi sento a disagio, fra una partita a calcetto e l’altra a chiedere “where do you come from?” o “how old are you?” e solo dopo un po’ che chiacchieriamo mi sento di domandare “where do you wanna go?”. Solamente dopo uno o due giorni passati nel campo a dipingere, dare lezioni di italiano, fare da traduttore per i medici, imparare scioglilingua in arabo ci si sente parte di quel piccolo mondo. fotoblog3Poi unicamente dopo essere tornato a casa, stremato e bollito, mi rendo conto della fortuna di cui ho parlato prima: a parte la condizione in cui si trovano ora, ci sono miei coetanei che, mentre io mi organizzo per una festa con gli amici fra una settimana, loro con il sorriso mi dicono “I’m goin tu stai tri monfs her and then try tu go in Inghilterr”. Io li stimo. Le conversazioni non sono dialoghi: sono spettacolari esibizioni teatrali dove tre parole su quattro sono in arabo, le mani si
agitano velocemente e gli occhi mi scrutano per osservare la mia reazione. La tensione è palpabile, è facile che nasca un litigio, che scoppino discussioni per piccole incomprensioni, è comprensibile, eppure regna una perenne armonia, positività, voglia di vivere.

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Si gioca a calcio sotto il sole di mezzogiorno, si stringono migliaia di mani, si ride per una clamorosa perdita a carte. Ne ho parlato anche in questa puntata:

Ci sono coloro che rompono, come sempre, dicendo che i ragazzi che arrivano da laggiù sprecano le nostre risorse, passano il tempo facendo nulla. Dico loro due cose:
1. Andate a Casa Papa Francesco, a Sanremo. Lì ci sono persone che sono arrivate dai più strani posti del mondo e in casa vanno solo per dormire, il resto del giorno sono a fare tirocini. Sono coloro che al posto di tentare di proseguire verso mete più lontane hanno deciso di restare in Italia, vivere qui.
2. Come volete impiegare il tempo di ragazzi che hanno viaggiato per mesi su deserti di sabbia e poi sul deserto blu più pericoloso di tutti?

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Io sono ottimista, so che un giorno, qualcuno di quelli che si vedono in TV riesca ad avere un’illuminazione per riuscire a far cessare le gravi controversie che costringono i nativi ad emigrare, non costringendo vite ad essere interrotte o drasticamente cambiate.

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Noi siamo fortunati, noi possiamo fare qualcosa, dobbiamo farci sentire, dobbiamo amare! Noi siamo adolescenti, noi possiamo essere ascoltati. Loro sono gente in gamba simpatica, solo molto sfortunata. Invidio loro solamente una cosa, sanno giocare a calcio troppo meglio di me.

Tommi Boom

P.S.: la mia amica Anna, che è venuta con me per qualche giorno, ha scritto qualcosa di più profondo ed importante che dovete leggere, qui.

Radioimmaginaria is Manchester

Per la prima volta un attacco proprio per colpire noi adolescenti. Abbiamo voluto raccogliere i nostri pensieri e le emozioni dal mondo qui. Aggiungetevi.

«Assemblea d’Istituto.
Gran casino, risate e battute.
Io chiacchiero, faccio i cavoli miei, un po’ ascolto, un po’ studio per l’ora dopo. Nessuno però riesce a capire a cosa sto pensando: sono fra le nuvole e sto pensando alla ragazza…

Manchester Arena
Gran casino, risate, battute.
Un tipo passa, si fa i cavoli suoi, sembra emozionato e freme per il concerto. Però nessuno può capire a cosa sta pensando, nessuno capisce cosa può accadere.

Assemblea d’Istituto
Viaggio con la mente, mi chiedo cosa potrei fare, come cambiare la mia vita e trovare qualcosa di grande in cui credere. Lei lo sa che mi piace?

Manchester Arena
Il tipo è agitato. Lui ha già trovato qualcosa in cui credere. Lui ci crede e talmente tanto da non volerlo un futuro, almeno, non qui sulla Terra.

Tutti sono sconvolti, lo sono anche io. Questa cosa chiamata “terrorismo” è vero e proprio terrore. Il terrore reale però, non è quello di coloro che sono stati colpiti da questa disgrazia immensa, non è quello di chi ha perso qualcuno, quello è dolore, è paura e forse peggio. Il terrore è il nostro, è quello che quei pazzi estremisti vogliono mettere in noi credendo possa fare cambiare le nostre vite. Il terrore è quel sentimento che noi proviamo, non ce ne accorgiamo, ma tutti sappiamo che c’è, non va bene, e che dobbiamo sorpassarlo.
Noi siamo giovani, belli (magari), felici.
Noi possiamo pranzare con un amico, possiamo chiacchierare spensierati, possiamo andare tranquilli ad un concerto…no?

Quel tipo terrorista spregevole io non lo conosco, nessuno, per quanto possa scavare nella sua vita, potrà mai conoscerlo davvero. Nessuno conosce nessuno, nessuno può veramente impedire a chiunque di pensare ciò che vuole e tutti possono lasciar pensare gli altri quello che vogliono.

Il terrorismo è lo sconosciuto, è il pensiero di chi si sente impotente.

Per sconfiggere il terrore bisogna conoscere, amare, essere amici, essere fidanzati.

Chissà se quel ragazzo di soli 22 anni è andato consapevolmente a prendere i chiodi per preparare la bomba. Chissà se durante il concerto quando ha visto tutti quei ragazzi pieni di gioia li ha odiati di più o per un secondo ha pensato di non farla più saltare quella bomba.

Con tutta l’attenzione che hai messo nella preparazione del tuo piano di morte perché funzionasse alla perfezione, come ti è potuta sfuggire tutta la bellezza che ci circonda? Ehi tu terrorista di 22 anni che hai esploso chili di chiodi in mezzo a ragazzi come te, come avrei voluto esssere nei tuoi pensieri in tempo per suggerirti che con l’amore, la condivisione e la felicità trovata nelle più piccole cose, forse non saresti diventato un terrorista e adesso saremmo ancora tutti vivi.»

Tommi, 16 anni

«The thing that is so tragic about this event is that most of the people affected were children. Ariana Grande is a role model for so many young children and it’s just really tragic and sad. It breaks my heart to hear it because I don’t understand why anyone would want to hurt a child, how could they prove themselves so evil? It is so umbelievable to deserve such a thing like death while having fun. I’m quite badly affected by this because I live in Bath and Mancester is really closed to where I live. Paris, London, now Manchester, the period of time seems to be getting less and the location seems to be getting nearer to me. and I feel like a bit paranoid when I hear about these things. You don’t know when and where things like this gonna happen. I’m honestly terrified about it. It makes me sad, angry, horrified, and terrified for my own life and for the lives to come.» Annabel, 15 anni

«Ogni adolescente è meraviglioso perché ogni cosa che fa la fa con la meraviglia della prima volta» Louis Malle

«Una promessa di futuro. Gli occhi dei ragazzi che guardano i loro primi concerti sono uno spettacolo che i genitori non dovrebbero perdersi. Non stanno guardando il loro idolo del momento: stanno cercando di intravvedere in tutto quel buio, in tutta quella luce, quello che sarà di loro. Gli amori, le speranze, i dolori, le allegrie, i viaggi, la musica, i sogni.» Alberto Infelise, La Stampa

«From the bottom of my heart, I am so sorry. I don’t have words.» Ariana Grande

«Sono convinta che andare ad un concerto debba essere un’esperienza fantastica e che vada goduta, per questo gli attentati si verificano in posti dove la gente va a divertirsi: vogliono farci avere paura di uscire e viaggiare» Noemi, 15 anni

«Andare al concerto di un artista che amiamo è una libertà e un diritto incontestabile. Cantare a squarciagola le canzoni che per anni ci hanno commosso e che abbiamo sempre ascoltato esclusivamente attraverso un paio di cuffie è un piacere che non è paragonabile a nulla: euforia, eccitamento, commozione.» Pischelli In Cammino

«One coward. Thousands of heroes, helpers and healers» Nicki Murray

«Quando sono venuta a sapere dell’accaduto mi si è stretto il cuore. È stato tremendo, mi sono immaginata la paura che hanno provato tutte quelle persone e ho pensato che potevo esserci io, ma questa volta molto di più delle altre. Quando però sarò grande e ci ripenserò voglio ricordarmi quello che é successo non come il gesto orrendo di una persona crudele, ma come la donna che ha portato in salvo in un hotel 50 ragazzi, come i tassisti musulmani che offrono dei passaggi a chi ne ha bisogno, come il senzatetto che soccorre le vittime togliendo i chiodi dalle braccia dei feriti» Ludovica, 17 anni

«Not because it happened to Ariana but because it happened to someone who could have been us. The 22 beautiful angels were people and fans like us. Maybe they were waiting for that moment for months and months, counting the days, picturing how the feel of being at the concert would be. This world need to change.» Ariana Shady Facts

«Io condivido molto questa frase che ho letto oggi sui social: dai concerti si dovrebbe tornare senza voce, non senza vita» Adele, quasi 13 anni

«I palloncini rosa hanno invaso l’Arena di Manchester proprio mentre scoppiava la bomba. Da un lato l’anelito e il profumo di cielo e dall’altro un gran puzzo di inferno. Sopra il gioco, la voglia di stare insieme, e sotto la paura e la morte. Fino a ieri questi palloncini erano una innocente moda generazionale, adesso sono i palloncini della libertà offesa.» Francesco Merlo, La Repubblica

«Il prossimo è facile odiarlo/ se sei forte amalo/ che a fare stragi/ siamo tutti capaci» Fuck The Violenza, Caparezza

«Music is about the fans. It is about that connection you feel when you come to a show and cheer and sing along, and you feel like you’re right there with the artist. It’s about the bond we feel with each other in that room when we are all standing side by side singing with our friends. We can’t let anyone stop that or tear that bond apart.» Andrew Gertler

«Sono molto scosso da quest’evento. Avrei molta paura adesso di andare ad un concerto o comunque di trovarmi in una situazione molto simile a questa. Non ci sono i controlli che dovrebbero esserci e quindi si respira un’aria di tensione ed ansia. Spero che davvero si rendano conto del fatto che in così poco tempo riescono a fare così tanto male e mi auguro che sul serio qualcuno prenda dei provvedimenti. Non è possibile assistere ad un concerto con mille ansie e mille pensieri per la testa. Vado ad un concerto per divertirmi, per ascoltare il mio artista preferito. Non potrei mai immaginare che possa capitare una cosa del genere. Non ho parole.» Andrea, quasi 16 anni

«Una serata, attesta da mesi, da settimane, da ore, da minuti. Ritrovarsi con la propria migliore amica cantando, urlando, piangendo per la felicità sapendo che il tuo idolo, caspita, è lì davanti a te, solo per te e per le altre migliaia di persone presenti al concerto. La serata più bella della tua vita che si è trasformata nella FINE di essa. Ad un concerto bisognerebbe perdere la voce, non la vita!» Diletta, 14 anni

«Il 22 maggio Manchester è stata tristemente toccata da un attentato terroristico (come quelli di Parigi o Berlino o Stoccolma) durante un concerto. A questo proposito vorrei parlarvi di paura. Essendo parigina mi è (purtroppo) capitato più volte di abitare in una città colpita da un attentato. Non è una situazione facile, bisogna saperla gestire. La paura è tanta, l’isteria collettiva anche. Ed è qui che noi adolescenti entriamo in gioco, perchè abbiamo una leggerezza intrinseca (ben lontana dalla superficialità) che ci permette di alleggerire l’ambiente che ci circonda. Come farlo? Semplice, divertendosi! Non bisogna mostrare di avere paura. Bisogna ridare vita alla città, mostrarsi fuori di casa, senza timori. Bisogna andare a ballare, ai concerti e nelle terrazze dei café. Bisogna far ballare un’Europa che non lo vuole piùIlaria, 18 anni

Confessioni di un’adolescente alle prese con la vita

La radio tocca tutti intimamente e personalmente: il suo aspetto più immediato è un’esperienza privata

Marshall McLuhan

Diversi giorni fa mi sono imbattuta in questa frase che mi ha colpita particolarmente. Così mi è venuto in mente di scrivere della mia esperienza in Radio. Non vi dirò chi sono né tantomeno da dove vengo, potrete scoprirlo soltanto leggendo, così che nelle mie parole, spero, possiate riscoprire un po’ di voi stessi.

La mia esperienza è iniziata pochi mesi fa, quando la calura estiva ancora si faceva “sentire”. Sono stata subito affascinata dai ragazzi e dalle ragazze che discutevano di attualità con tanta passione, seduti intorno a quello che poi ho imparato a chiamare StreetLab. In quei giorni in cui li ho visti lavorare duramente mi sono innamorata, innamorata della loro forza, della loro creatività e del loro amore nel fare questa “piccola grande cosa”. In quell’angolino di Paradiso, mi sono immaginata anch’io, ed è così che ho cominciato. Il primo evento a cui ho partecipato mi ha riempito il cuore di gioia perché lì, proprio a Castel Guelfo di Bologna, ho capito che la Radio era il posto adatto a me:un posto in cui mi sentivo libera, un posto in cui potevo finalmente volare insieme a tutti quelli che, come me, si erano rifugiati in quel sicuro nido.

Quando sono dovuta andare via ho sentito un vuoto dentro incolmabile, quasi come se qualcuno avesse gettato il mio cuore nel profondo mare. Mi mancava ogni cosa di quel posto, ma soprattutto mi mancavano quelli che “quel posto” lo avevano reso speciale.

In quei mesi che ho trascorso da sola registrando puntate, ho capito che non potevo piú andare avanti così. Mi serviva una persona in più, qualcuno con cui condividere questa esperienza.

Purtroppo però “quella persona” non è mai arrivata. E così, senza perdermi d’animo, ho ripreso il treno per una seconda volta. In un posto meraviglioso ho ritrovato le mie ”persone”, quelli che mi hanno fatta sentire me, per una volta.

La vita di un’adolescente è davvero molto complicata, e adesso che sono entrata nell’età adulta, così come molti dicono, posso ribadire che Radioimmaginaria mi ha “salvata”.

Mi ha aiutata a capire che non bisogna giudicare un libro dalla copertina, mi ha aiutata nei momenti di sconforto, ma soprattutto mi sta aiutando a capire chi sono e cosa sarò. Sono passati ormai mesi dal mio ultimo servizio, ma questo non mi ha impedito di pensare sempre a Radioimmaginaria e a tutti i nostri piccoli traguardi. La mia ispirazione ormai si è affievolita, forse perché ho capito di essere cresciuta.

Questo peró non mi impedisce di restare, seppur in questo momento, sempre vicina a chi mi ha insegnato ad usare le parole nel modo corretto. Quando sei adolescente è difficile farti ascoltare dagli altri, soprattutto dagli adulti, ma Radioimmaginaria ti fornisce questa splendida opportunità. Ciò che mi ha fatta innamorare di lei, infatti, è stato il mondo in cui tenta, grazie alla voce degli adolescenti, di approcciarsi alla vita reale, nonostante questo a volte possa essere, per un ragazzo, molto difficoltoso. Ho amato sin dal principio la semplicità e la maturità con cui venivano affrontati gli adulti intervistati e la grinta con cui a volte venivano persino contrastati.

Tutte queste esperienze mi hanno fatto comprendere che io voglio prendermi cura della Radio, ma che soprattutto voglio restare al fianco delle persone che la rendono così speciale.

Spero che chiunque abbia letto questi brevi pensieri si sia riconosciuto almeno un po’. Infine, volevo ringraziare questa società, ricca di stereotipi e di falsità, per aver fatto sì che persone come me, incomprese, si siano riunite per creare un qualcosa di davvero unico. In fondo bisogna sempre ricordare che “I MIGLIORI SONO MATTI”.

Mizuki

La domenica sera

E’ domenica sera. Il cielo è scuro. Penso ai libri da studiare, alle cose che avrei potuto fare per aiutare i miei genitori, ai difetti su cui avrei voluto aver la forza di lavorare. E’ il momento in cui la responsabilità crolla sotto il peso della consapevolezza che non hai dato il meglio di te, che non hai fatto tutto quello che avresti dovuto – o, peggio ancora! – voluto fare.
Mi siedo davanti alla scrivania della mia camera, una scrivania che apparteneva alla mia mamma, guardando fuori dalla finestra. Mi sembra di avere le gambe intrappolate nelle sabbie mobili, di star lentamente cadendo in un burrone, mi sembra di essere in fondo ad un dirupo, a pancia in su, e di non aver la voglia di alzarmi.

Sono davvero gli anni migliori della nostra vita?
Vedo film in cui i ragazzi della mia età si divertono tantissimo: sono bellissimi, hanno le storie d’amore della loro vita, capiscono cosa vogliono fare e raggiungono i loro obbiettivi. Poi accendo il telegiornale e sento che un ragazzo ha fatto uccidere i suoi genitori, che una ragazza si è suicidata in diretta Facebook. Per tutta la settimana provo a ripetermi che io posso fare la differenza. Provo a ripetermi che questi sono anni preziosi, che il mio cervello adesso viaggia nello spazio a velocità ipersoniche e che ho il futuro in mano. Ma, nel privato della mia stanza, la domenica sera, guardando fuori nel cielo nebbioso di questi inverni che non si sfogano, restano lì, sospesi, minacciandoci, mi rendo conto che è lui ad avere in mano me, che il futuro mi sta battendo: perché io non mi sento forte. Non mi sento potente. Non sento che la strada fatta fino a qui abbia reso i gradini meno alti, che i passi e i salti siano meno faticosi. Dopo ogni litigata con i miei genitori, dopo ogni delusione d’amore, mi dico che quella successiva sarà più piccola, meno dolorosa, finché, un magico giorno, non avverrà più. Fino a quando non sarò più grande.
Il macello è che, la domenica sera, ogni settimana, si sente di dovermi ricordare che non è così. Gli anni passano, i capelli dei miei genitori diventano sempre più bianchi ma io gli strumenti per affrontare queste cose in maniera meno dolorosa ancora non ce li ho.
E ammetto allora, a questa domenica sera che mi guarda silenziosa, che questi non sono gli anni migliori della mia vita. Che non possono esserlo, che non voglio lo siano. Voglio che negli anni migliori della mia vita la domenica sera ci sia qualcuno che mi guarda negli occhi e che è contento di passare del tempo con me che mi propone di andare al cinema. Voglio che negli anni migliori della mia vita la mia mamma non mi sgridi più, non voglio più chiudere la porta di casa dopo una litigata camminando via con il cuore stretto dal senso di colpa per non essere una figlia all’altezza di tutto l’amore che mi danno. Negli anni migliori della mia vita non sarò impantanata in una pozzanghera di scelte che non riesco a fare, non sarò affossata da ricordi brutti che non mi lasciano andare.
E’ normale sentirsi così. Lo dicono tutti. E’ normale: le malinconie, gli sbalzi d’umore, commuoversi ascoltando una canzone sull’autobus, appassionarsi ad ogni cosa. Ma sì, è normale, tra qualche anno passa. La mia paura segreta è che tutta la vita sia una domenica sera, che quel magico momento in cui qualcuno preme il pulsante di inversione ‘adolescenza/maturità’ non arrivi mai. Che ogni domenica sera della mia vita mi troverò a constatare che non sono gli anni migliori della mia vita. Che ogni domenica sera piangerò per un ragazzo che mi ha trattato male, per le persone che tratto male anche se mi amano, per il fatto che non sono la versione migliore di me stessa.
Nonostante gli anni, le esperienze, la gavetta, le domeniche sere mi inghiottono ancora. E non sono in grado di ancorarmi a terra, alle cose che ho fatto, alla realtà, ma mi lascio trasportare, vuota, nel fiume della malinconia che arriva e mi travolge. Ad un certo punto, poi, guardando fuori dalla finestra, i libri aperti e i fogli per terra, i genitori in cucina che chiacchierano e che so vorrebbero più di ogni altra cosa che andassi di là a parlare con loro (li renderebbe così felici!) consapevolmente affogo arrendendomi, nella domenica sera.

 

 

 

P.S. Dopo qualche ora passata ad ascoltare canzoni tristi (gli Oasis vanno benissimo), dopo aver pianto un po’, cambio playlist e va un po’ meglio. Abbastanza da farmi pensare che domani sarà diverso. Perché, dopo tante domeniche, sono arrivata a questa conclusione: non è questione di adolescenza. E’ che la domenica sera fa schifo per tutti.
P.P.S. Il sottotitolo di questo articolo è ‘la Presa Male’

Anonima

Come Cambiare il Mondo

Ci sono tipo 7 miliardi di persone nel mondo. Io, sedicenne strampalato di Riva Ligure, dopo un’era di ricerche su Internet sono anche riuscito a scoprire che sono un miliardo ed ottocento milioni i ragazzi fra i 10 ed i 24 anni che lo abitano. Però mi stavo chiedendo: come mai io a scuola ho studiato solo le imprese eroiche, le citazioni celebri, le battaglie cruente di al massimo 10 persone che posso ricordare a memoria? Perché, fra la miriade di gente giovane su questo mondo, quelli che si vedono in continuazione, quelli che hanno successo, quelli che fanno impazzire le ragazze (e quelle che fanno impazzire i ragazzi eheh) sono solo una piccola percentuale di tutti gli adolescenti che esistono sulla faccia della terra? Il punto è, ed in questi giorni continuo a chiedermelo, che non riesco ad immaginare come sarebbe se ognuno del miliardo ed ottocento milioni fosse così. Cosa vuol dire essere una persona che può cambiare il mondo?

Un sacco di gente chiede “cosa vuoi fare più avanti?” io, fieramente, rispondo: “ingegnere aerospaziale!” Però, moooolto in fondo nel mio cervello (e nel mio cuore) mi dico “fare in modo che il mio nome sia conosciuto da ogni persona, in ogni nazione, in ogni continente”. Sono pazzo? Non lo so… solamente ho l’obiettivo (quasi un’ossessione) di voler cambiare qualcosa, farmi sentire, scuotere le vite di chi mi vorrà ascoltare e comunicare a chiunque il mio punto di vista. Io sogno di essere utile, di inventare qualcosa che possa migliorare l’esistenza dell’uomo sulla Terra. Il fatto è che, fra tutti questi vaneggiamenti mi chiedo: come?

Eh, bella domanda. Io ne ho parlato con amici, me lo sono chiesto più volte, ne ho parlato in puntata su Radioimmaginaria (che è il miglior mezzo per partire se si vuole cambiare il mondo) ma, alla fine, mi sono chiesto: siamo sicuri che quelli famosi, quelli fighi, che sono la punta dell’iceberg, siano quelli che stanno cambiando il mondo?

Non vado oltre, perché ho trovato la risposta.

Tommi Boom

Vivere a 16 anni, ON AIR

Vivi la vita. Quante volte si sente questa frase! Quante volte l’adrenalina, la carica dei nostri 16 anni ci fa dire “si vive una volta sola”. Vivere non vuol dire nulla, da solo non comunica emozioni. Vivere va per forza associato ad un altro verbo nella nostra mente: condividere, amare, scopare, emozionarsi, correre, rischiare, ballare, riflettere, pregare. Ognuno la pensa come vuole, ognuno vive la sua vita. questo è il bello dell’essere adolescenti, diversi, opposti, lontani miliardi di chilometri fra noi ma con il cuore che batte sempre a 190bpm, come una canzone rock fortissima. Perché Radio Immaginaria? Perché noi vogliamo dire la nostra? Perché agli adolescenti è spuntata la voce? Io non lo so, credo nessuno lo sappia. Semplicemente ci si trova davanti ad un microfono, che non è un microfono: è il filo che collega me, ragazzo qualunque di Riva Ligure, al mio amico Mehmet, ad Istanbul, al mio amico Nick, a Bath, al mio amico Darren, a San Diego, al mio amico Fabio, a Bruxelles, e spunta la voce, non la tua voce: la voce degli adolescenti. Chi sono io per dire l’opinione degli adolescenti di oggi, tutti diversi, uno più pazzo dell’altro? Nessuno. Proprio per questo tutti hanno in mano il loro filo, lo stesso filo per tutti. Può fare un giro infinito prima di arrivare a destinazione, può percorrere lo spazio che separa due stanze, ed arrivare a chi ti è più vicino. Il bello è che tutti ti possono sentire. Quando i miei amici mi chiedono: “Ma ti pagano?”, “Ma perché lo fai?” o “Le tue solite strane idee…” allora io vorrei rispondere (non so come mai non ho mai il coraggio di farlo): “prova.”. Ora non sto parlando ad un microfono: sto battendo i tasti del mio computer, nel mio salotto, con mia mamma che mi chiama a tavola. Però un messaggio lo voglio mandare lo stesso, nella mia ignoranza e saccenza da 16enne: vivete la vita.
Boom